Comfort come scelta sistemica nel mercato dei giocatori di pallavolo.

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Squadre costruite a tavolino, allenamenti negoziati e la rinuncia alla crescita: perché oggi, anche nelle categorie inferiori, la professionalità è una scelta culturale, non un costo.

Esiste una forma di mediocrità che non ha nulla a che vedere con il talento. Non riguarda ciò che un giocatore sa o non sa fare, ma ciò che sceglie deliberatamente di evitare. È una mediocrità comoda, lucida, organizzata. E nel tempo è diventata uno dei tratti più riconoscibili del mercato nelle categorie dilettantistiche evolute e semi-professionistiche (quanto di dilettantismo, quanto e se di semi-professionismo ha la pallavolo?).

Non è più il giocatore che si adatta al livello della società, ma la società che viene modellata attorno alle esigenze del giocatore. Non si sceglie il contesto migliore per crescere, ma quello più controllabile. Più prevedibile. Più sicuro.

È qui che nasce il fenomeno delle squadre costruite “a tavolino”. Gruppi di giocatori che si scelgono prima ancora di essere scelti, che definiscono equilibri, ruoli e convivenze ancor prima di entrare in palestra. Il mercato, da strumento di selezione, diventa uno spazio di autoconservazione.

In questi contesti la competizione interna viene neutralizzata, non gestita. L’allenatore si trova spesso a operare dentro un sistema già definito, dove le gerarchie sono implicite e difficilmente modificabili. La squadra smette di essere un ambiente che stimola e diventa un ambiente che protegge.

Ma dentro questo fenomeno esiste anche una dinamica ulteriore, più sottile e per certi versi più insidiosa. Ci sono giocatori che, per ragioni lavorative, familiari o logistiche, non hanno la possibilità reale di spostarsi. Non possono allontanarsi troppo, non possono sostenere un’organizzazione più esigente, non possono entrare in progetti che richiedano una disponibilità piena. Questo dato, di per sé, è comprensibile e umano. Diventa però problematico quando attorno a questo limite si costruisce un’intera architettura di comodo.

A quel punto non si cerca più una società compatibile con i propri vincoli, ma una società disposta ad assorbirli senza opporre alcuna resistenza. E spesso si va oltre: ci si accerchia di giocatori con esigenze simili, si costruiscono nuclei relazionali che si muovono insieme, si individuano contesti pronti ad accettare qualsiasi compromesso pur di allestire una squadra competitiva nell’immediato. Il problema non è che un atleta abbia limiti di tempo o di mobilità; il problema è quando quei limiti smettono di essere una condizione da gestire e diventano il criterio dominante con cui si plasma l’intero progetto sportivo.

È in quel momento che la società rinuncia al proprio compito formativo e selettivo. Invece di chiedersi come alzare il livello, inizia a chiedersi quanto abbassarlo per tenere dentro certi profili. E in questa scelta c’è un passaggio decisivo: molto spesso si preferisce accettare un gruppo di giocatori già strutturato, con richieste, abitudini e condizioni da rispettare, piuttosto che investire davvero su un giovane da far giocare, crescere e responsabilizzare.

Questa è una delle rinunce più gravi del sistema. Perché il giovane, a differenza del giocatore già accomodato nelle proprie certezze, richiede coraggio. Richiede tempo, pazienza, disponibilità all’errore, capacità di visione. Inserire un giovane significa accettare un percorso. Accettare il giocatore esperto che porta con sé il proprio pacchetto di condizioni, invece, sembra offrire una soluzione pronta. Ma è una soluzione che quasi sempre garantisce meno sviluppo e più dipendenza.

Molte società negoziano esplicitamente questo abbassamento degli standard anche per motivi economici più nascosti: preferiscono pagare rimborsi bassi a giocatori adulti che impongono due allenamenti e mezzo, piuttosto che investire su giovani e promettenti leve, che richiedono invece un impegno più strutturato, un accompagnamento più lungo e, spesso, un rimborso nel lungo periodo più alto. In questo modo, la scelta di non crescere non è solo tecnica o culturale, ma diventa anche una decisione economica: si sceglie il costo più basso oggi per evitare l’investimento sul domani, e nel sistema si normalizza il fatto che il giovane non viene pagato (o compensato) per il suo valore futuro, ma per il suo costo immediato.

In questo quadro, ci sono società che ne approfittano in modo preciso: trasformano la flessibilità del sistema, e in parte la confusione normativa, per pagare rimborsi inadeguati, bassi, a volte pattuiti e mai ricevuti. Chiedono impegno, ma non lo compensano. Pretendono professionalità nei risultati, ma non la riconoscono nei compensi. In questo modo, si crea una mediocrità che richiama altra mediocrità: il giocatore non si sente investito, l’allenatore non si sente sostenuto, la società non si sente responsabile. Il sistema non cresce e non trasferisce le garanzie necessarie affinché il movimento sia credibile e sostenibile in un futuro dove le nuove generazioni possano intraprendere questo lavoro come professione reale, non come hobby pagato a rate.

E qui emerge la domanda che separa i progetti veri dalla semplice somma di convenienze: quante società, oggi, sono davvero pronte a far crescere un ragazzo giovane e un potenziale, anche accettando il rischio di una retrocessione? Quante, dentro un’analisi razionale e non emotiva, sarebbero capaci di riconoscere che una squadra costruita a tavolino, magari salvata all’ultima giornata, non ha comunque costruito nulla di solido? Il rischio fa parte dello sport. Ma il punto non è evitare ogni rischio: il punto è decidere quale rischio abbia senso correre.

La società che investe deve avere una linea chiara, coerente, determinante. Non può limitarsi a gestire il presente o a inseguire l’equilibrio più comodo. Deve scegliere la strada che vuole percorrere e sostenerla anche quando comporta fatica, impopolarità o risultati meno immediati. Non può esistere costruzione reale se tutto viene subordinato alla tutela del risultato immediato del singolo, oppure anche del tecnico.

Anche l’allenatore, infatti, può generare dinamiche autoreferenziali. Può scegliere di tutelare il proprio ruolo, di assecondare gruppi consolidati, di non mettere davvero in gioco la propria identità tecnica per non esporsi al conflitto o al rischio. In questi casi, il tecnico smette di essere parte della soluzione e diventa parte del problema. La libertà di guidare, decidere e allenare deve essere reale, ma non può trasformarsi in una strategia di autoprotezione a scapito del progetto. Quando questo accade, si crea un sistema chiuso in cui il giocatore protegge il gruppo, il gruppo protegge il tecnico, il tecnico protegge il proprio incarico e la società finisce per gestire equilibri che non ha scelto e che non governa davvero.

In questa dinamica, la prospettiva “a perdere” potrebbero essere proprio gli allenatori coerenti, quelli che amano un progetto, che hanno idee chiare e non sono disposti a negoziare i principi. Sono allenatori che vogliono costruire, che cercano di elevare il livello, che studiano, che non si adattano al “tanto si fa così” e che, per questo, finiscono per essere percepiti come una minaccia da società che non vogliono davvero crescere, ma solo gestire equilibri. Queste società si sentono minacciate da un tale atteggiamento, da una tale visione, perché mettono in luce la propria mancanza di direzione, la propria ambivalenza tra progetto e convenienza. L’allenatore coerente diventa così scomodo: non perché fa errori, ma perché non accetta l’errore come norma. Non perché chiede troppo, ma perché chiede ciò che è scontato che venga chiesto. E in questo contesto, spesso è lui a essere escluso, sostituito, marginalizzato, mentre si cercano soluzioni più accomodanti, più flessibili, più conformi alla mediocrità del sistema. Il risultato è che il sistema si autopulisce dai propri elementi più coerenti, mantenendo quelli che si adattano, che negoziano, che scendono a patti. E così la coerenza diventa un rischio, non un valore.

È proprio qui che si colloca la linea di rispetto e di principi che non può essere negoziabile. Se una società vuole costruire, deve accettare che il progetto venga prima delle convenienze. Prima del risultato del singolo. Prima della tutela del tecnico. Prima della richiesta del giocatore che cerca soltanto la squadra che lui considera più forte dove andare a giocare. Dove prevale questa logica, non esiste costruzione: esiste soltanto una temporanea convergenza di interessi.

Si continua a parlare di livello, di esperienza, di professionalità. Si utilizzano parole che appartengono a un sistema esigente per descrivere comportamenti che esigenti non sono. Allenamenti ridotti o adattati, carichi gestiti più in funzione della vita personale che degli obiettivi sportivi, attenzione selettiva al lavoro, disponibilità limitata al miglioramento individuale.

È una professionalità dichiarata, non praticata.

E qui entra in gioco un elemento nuovo, che rende questa contraddizione ancora più evidente: l’introduzione del lavoro sportivo come disciplina unitaria. La riforma dello sport ha ricondotto professionismo e dilettantismo dentro un quadro più organico, estendendo tutele, adempimenti e una definizione più chiara dei rapporti di lavoro sportivo, con effetti operativi già dal 1° luglio 2023. Questo significa che oggi non è più credibile abitare una zona grigia in cui si pretende il riconoscimento del lavoro senza assumere fino in fondo la disciplina, la responsabilità e la coerenza che il lavoro richiede.

È importante notare che la stessa riforma contempla esplicitamente le differenze tra le due grandi declinazioni dello sport: lo sport di federazione e lo sport negli enti di promozione sportiva. Non cambia la finalità ultima – formare persone, promuovere salute, costruire comunità attraverso il movimento – ma cambia radicalmente il modo in cui quel fine è costruito, regolato e controllato.

Nello sport di federazione, ogni elemento è strutturato con obblighi formali, controlli ricorrenti e una catena di responsabilità che parte dall’atleta, attraversa l’allenatore e la società, e arriva fino alla federazione stessa. Ogni livello ha norme precise: omologazione delle strutture, certificazione degli allenatori, registrazione degli atleti, rispetto dei calendari, rendicontazioni economiche, adempimenti CONI, INPS e INAIL. Il sistema è rigido, ma questa rigidità è la garanzia di un minimo di omogeneità nazionale e di serietà metodologica.

Negli enti di promozione sportiva, invece, il quadro è più flessibile. Ci sono meno vincoli formali, più spazio per l’autonomia delle società e degli organizzatori locali, e una maggiore possibilità di adattare regole e tempi alle esigenze del territorio. Tuttavia, questa flessibilità porta anche meno garanzie di omogeneità: i percorsi di formazione possono essere diversi, i controlli meno frequenti, le responsabilità più diffuse. Lo stesso può accadere per la qualità metodologica e per la coerenza tra le diverse realtà che operano sotto lo stesso ente.

La riforma ha unito professionismo e dilettantismo sotto un quadro più organico, ma non ha cancellato queste distinzioni. Ha mantenuto distinte le due declinazioni, riconoscendo che i percorsi, i controlli, i tempi e le responsabilità sono costruiti in modo diverso. Anzi, ha esplicitato questa differenza, affinché tutti – società, allenatori, atleti, enti – sappiano che non esiste un unico modello di sport, ma modelli diversi, ciascuno con le sue regole, le sue garanzie e le sue responsabilità.

Il passaggio culturale che molti stanno evitando è proprio questo: accettare che il lavoro sportivo non è una questione di categoria, ma di approccio. Che non si può pretendere la professionalità nei risultati senza la professionalità nei processi. Che non si può chiedere crescita ai giovani mantenendo standard bassi per gli adulti. Che non si può negoziazione il principio per salvare l’equilibrio del singolo.

La riforma ha dato un quadro normativo più chiaro. Ora manca la volontà di viverlo fino in fondo.

Ed è qui che emerge il grande equivoco. Si continua a pensare che alzare il livello di professionalità significhi aumentare i costi. In realtà, oggi, il costo della professionalità e quello dell’anti-professionalità sono sorprendentemente simili. Una società che investe in uno staff competente, in una struttura chiara, in un’organizzazione coerente, sostiene un costo. Ma sostiene un costo anche quando accetta compromessi continui, quando riduce gli allenamenti, quando adatta il lavoro alle esigenze dei giocatori più influenti, quando rinuncia a una linea tecnica per mantenere equilibrio.

La differenza non è nel costo, ma nel ritorno.

Nel primo caso si costruisce valore: i giocatori migliorano, il sistema cresce, l’identità si rafforza. Nel secondo caso si consuma valore: si ottengono risultati immediati, ma si perde progressivamente qualità, credibilità e prospettiva.

Lo stesso vale per i giocatori.

Scegliere un contesto comodo sembra conveniente: meno pressione, meno competizione, meno rischio. Ma è una convenienza a breve termine. Nel tempo, quel tipo di scelta blocca il processo di sviluppo, riduce la capacità di adattamento e crea una dipendenza da ambienti controllabili.

Si diventa giocatori “funzionali” solo in determinati contesti. E quindi, in realtà, meno forti.

Il prezzo si paga dopo, quando si prova a uscire da quella zona di comfort e ci si accorge di non avere gli strumenti per farlo.

Il problema è che tutto questo non resta confinato agli adulti. Scende, inevitabilmente, nel settore giovanile.

I ragazzi osservano. Assorbono. Interpretano.

E osservano anche questo: vedono adulti che, pur non potendo o non volendo sostenere un modello più esigente, riescono comunque a imporre le proprie condizioni al sistema. Vedono società che preferiscono assecondare il presente invece di costruire il futuro. Vedono giovani tenuti ai margini perché meno pronti nell’immediato, ma potenzialmente molto più utili nel medio periodo. E allora imparano una lezione sbagliata: che conti di più essere comodi che essere promettenti, più essere inseriti nel giro giusto che essere disponibili a crescere.

Se vedono che i giocatori più esperti scelgono ambienti comodi invece che sfidanti, capiscono che quella è la strada. Se vedono che l’allenamento è negoziabile, che la presenza è flessibile, che il gruppo può influenzare le scelte tecniche, interiorizzano che quello è il funzionamento normale.

E a quel punto il danno diventa culturale.

Perché non si tratta più di correggere comportamenti, ma di scardinare convinzioni. Si cresce con l’idea che migliorare sia secondario, che competere sia opzionale, che adattarsi sia una perdita di potere.

Si perde il significato stesso del percorso sportivo.

Esistono però anche realtà che, pur in contesti diversi, mostrano il valore di una linea progettuale riconoscibile. Vero Volley Monza, Diavoli Rosa, Volley Meta, Trentino, Pallavolo Padova, Anderlini Modena, Treviso, Marino presentano pubblicamente settori giovanili ampi, con oltre cento atleti dai 9 ai 19 anni, un gruppo numeroso di allenatori e un collegamento dichiarato con la prima squadra, orientato anche all’esordio dei giovani in SuperLega. Realtà territoriali, riconosciute a livello nazionale, come Meta mostrano come si possa insistere su un’identità tecnica e giovanile riconoscibile continuando a restare competitivi fino a giocarsi una finale promozione in Serie B, mentre Vibo Valentia, oggi neo promossa in A3, rappresenta un altro segnale di quanto una traiettoria coerente possa nel tempo trovare anche una sua legittimazione nei risultati.

Solo qualche esempio importante non perché garantiscano automaticamente successo ogni anno, ma perché ricordano una verità che il sistema tende a rimuovere: si può perdere, si può retrocedere, si può attraversare una stagione difficile, ma se la linea resta chiara il percorso continua comunque a produrre valore. Al contrario, ci sono ambienti che si nascondono dietro la retorica dei “due allenamenti e mezzo”, dietro la continua delegittimazione dell’allenatore di turno, dietro gruppi costruiti su poca ambizione e ancora meno coraggio. Eppure è proprio lì che si riconosce la differenza tra chi attraversa il rischio per costruire e chi usa ogni alibi per non assumersi mai davvero la responsabilità di crescere.

Eppure, proprio in questo momento storico, sarebbe necessario esattamente l’opposto. Il livello medio non si alza semplificando, ma strutturando. Non riducendo le richieste, ma rendendole più chiare. Non proteggendo i giocatori, ma esponendoli — in modo guidato — alla complessità.

Le realtà che funzionano, oggi, hanno tutte un tratto comune: non negoziano i principi. Possono adattare i dettagli, ma non rinunciano alla propria identità tecnica e organizzativa.

In quei contesti, il giocatore non decide le regole. Decide se accettarle.

E questa è una distinzione fondamentale.

Perché alla fine la questione non è se sia possibile essere professionali nelle categorie inferiori. La questione è se si vuole esserlo.

Continuare a rifugiarsi nell’idea che “a questi livelli” certe cose non si possano fare è diventata una forma di alibi collettivo. Una giustificazione che protegge tutti, ma non fa crescere nessuno.

La verità è più semplice, e anche più scomoda: oggi si può lavorare bene quasi ovunque. Gli strumenti ci sono, le competenze ci sono, le risorse — se ben utilizzate — anche.

Quello che spesso manca è la volontà di rinunciare al comfort in favore della qualità.

E finché questa scelta continuerà a essere rimandata, la mediocrità non sarà un limite del sistema. Sarà il suo equilibrio.

ms

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