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“L’impronta di mio fratello” – Quando l’allenare diventa eredità
Ore 6:30 del mattino.
Estate 1989 (Campioni d’Europa), scuola finita.
Per molti, tempo di dormire, di rallentare. Per me no.
Condividevamo la stessa stanza. Due letti, un silenzio familiare, un’intesa fatta di piccoli gesti ripetuti ogni giorno.
E per me, quel giorno iniziava sempre con lui.
Era lui a svegliarmi, senza parole, solo con la presenza.
Il suono del suo respiro che cambiava, dei suoi movimenti misurati. Bastava quello.
Ci si preparava. Si usciva. Si cominciava.
Destinazione: la mulattiera che porta al Santuario dei Francescani, da tutti conosciuta come San Pasquale.

Un sentiero ruvido, in salita, scolpito nella terra, tra pietre instabili e curve in sequenza, che si arrampica tra gli ulivi e il silenzio delle prime luci.
Per lui era routine: 14 minuti di corsa costante, fluida, come se non conoscesse fatica.
Per me, invece, ogni mattina era una prova. Una lotta tra fiato e forza, tra voglia e resistenza.
Lui correva avanti. Io arrancavo dietro. Poi restavo solo.
La sua figura si allontanava nella nebbia dell’alba, e io cercavo solo di non cedere.
Ma arrivare in cima non era la fine.
Sotto il campanile del santuario, ci aspettavano una serie di esercizi funzionali: balzi, plank, piegamenti, lavori di core.
Era come se il corpo, appena messo alla prova nella salita, dovesse subito imparare a rispondere con controllo, precisione, disciplina.
E io, con i miei 15 anni e la fatica nelle gambe, imparavo che la vera forza inizia quando pensi di aver finito.
Poi c’era la discesa di corsa.
Apparentemente più facile. In realtà, più insidiosa.
Pietre che scivolavano sotto i piedi, curve che non perdonavano distrazioni, pendenza che imponeva equilibrio.
E io, in quella parte finale, imparavo a fidarmi del corpo, a restare lucido anche mentre tutto scendeva veloce.
Era allenamento. Ma era anche crescita.
Una forma di educazione al gesto, al rischio, all’autonomia.
Non era solo corsa. Non era solo esercizio.
Era un rito. Una scuola di resistenza. Un’iniziazione silenziosa.
In quei trentacinque, poi venticinque divenuti alla fine venti minuti di salita, nella fatica degli esercizi sotto il campanile, nella discesa incerta verso casa, non stavo solo lavorando sul mio fisico.
Stavo costruendo qualcosa. Stavo imparando a inseguire.
Non un tempo, non un traguardo. Ma un’idea. Una direzione. La sua.
Quella salita, oggi, è per me un’immagine incancellabile.
Un simbolo di ciò che ci ha legati.
Della sua capacità di guidarmi senza trattenermi.
Di lasciarmi andare avanti da solo, ma solo dopo avermi insegnato come si fa a non fermarsi.
Quello che segue è una trascrizione quanto più fedele possibile delle lezioni che Tony ci ha lasciato: nei video, negli appunti, nei momenti di confronto.
Non si tratta di un semplice resoconto, ma di un lavoro attento di ascolto e rielaborazione ordinata, fatto con rispetto e cura, per preservarne i concetti, il linguaggio e lo spirito.
Ho cercato di riportare con esattezza le sue parole quando possibile, e con chiarezza il suo pensiero quando serviva renderlo più fruibile.
Perché ciò che conta davvero è tenere viva la sua visione, la sua coerenza metodologica, la sua idea profonda di cosa significhi allenare.
Questo spazio è il mio modo per custodirlo.
E per continuare, attraverso le sue lezioni, a imparare.
Per chi vuole ascoltare ancora. Anche adesso. Anche così.
Video nr. 1 del 10/03/2020 – Periodo COVID
Una metodologia moderna per insegnare e apprendere
👋 Introduzione
Buonasera, sono Tony Scappaticcio. In questi giorni particolari, in cui l’attività sportiva si è fermata sotto molti aspetti – soprattutto quelli pratici – ho sentito il bisogno di creare uno spazio dedicato all’apprendimento, alla riflessione, al confronto.
La palestra ci manca, manca a noi allenatori e, ancora di più, ai nostri atleti. Ma proprio per questo dobbiamo rimanere attivi, continuare a crescere anche fuori dal campo, e sfruttare questo momento per ripensare il nostro modo di allenare.
Alleno in Veneto, nella società Eagles Volley Mestrino – Eagles Mercati, dove ricopro anche il ruolo di direttore tecnico. L’argomento che affronto oggi è in parte già noto al mio staff, ma ho deciso di condividerlo con un pubblico più ampio, perché credo profondamente nel valore del confronto. Anzi, credo che i punti di vista differenti siano fondamentali per crescere come allenatori.
Questo progetto nasce proprio così: da una difficoltà trasformata in opportunità di formazione collettiva.
❓ Da dove si comincia ad allenare?
Una domanda semplice solo in apparenza. “Voglio imparare ad allenare la pallavolo. Da dove comincio? Cosa faccio?” È una domanda che tanti si pongono, soprattutto ex giocatori o giovani atleti che si avvicinano per la prima volta al ruolo di allenatore.
Molti sanno giocare bene, sanno eseguire un gesto, mostrarlo, ripeterlo con efficacia. Ma sanno insegnarlo? Sanno allenarlo? Spesso no. E non per colpa loro, ma perché giocare e allenare sono due mestieri diversi.
Allenare significa trasformare la propria esperienza in un processo di trasmissione, significa sapere come portare un atleta da un punto A a un punto B, adattando il linguaggio, le progressioni, le situazioni. Ed è lì che entra in gioco la metodologia, ovvero l’arte dell’insegnamento e dell’apprendimento.
Il mio obiettivo non è fare una lezione tecnica – di tecnica si parla spesso, e forse anche troppo. Il mio intento è affrontare argomenti pratici, legati al ruolo dell’allenatore nella sua quotidianità. Parleremo di come si insegna, non solo di cosa si insegna.
📚 Una strada fatta di osservazione e umiltà
Tutto quello che condividerò non nasce solo dalla mia esperienza personale – sarebbe presuntuoso pensarlo. Nasce dall’osservazione attenta di tecnici preparati, dai corsi federali, dai materiali didattici che ho studiato e utilizzato, da anni passati a guardare, ascoltare e provare.
Perché allenare, alla fine, è anche questo: guardare chi lo fa bene, imparare a farlo meglio, mettersi costantemente in discussione.
Allenare è un mestiere complesso. Ma è anche uno dei più belli che ci siano. E chi inizia questo percorso con il desiderio sincero di imparare, è già sulla buona strada.
🤔 Perché è difficile imparare (e insegnare) la pallavolo?
Quando mi chiedono perché sia così difficile allenare la pallavolo, spesso rispondo partendo dalla strada. Osserviamo una partita di calcio tra amici in spiaggia, o una sfida a basket in un campetto pubblico. Cosa notiamo subito? Che quei giochi, anche se amatoriali, sembrano giocati a un livello tecnicamente più alto rispetto a una partita improvvisata di pallavolo.
Ma perché?
Perché in calcio e basket esistono abilità motorie di base che si sviluppano spontaneamente: • tirare, passare, ricevere, lanciare • e lo si fa fin da bambini, ogni giorno, ovunque.
Sono abilità trasferibili, intuitive, e spesso acquisite in modo informale, senza bisogno di un insegnamento sistematico.
🏐 Nella pallavolo, no.
La pallavolo, invece, non ha abilità “naturali” condivise con altri sport: • Il bagher • Il palleggio • La rincorsa e l’attacco • Il muro
Non sono azioni che impari giocando in cortile. Anzi, nella pallavolo non esiste nemmeno il “cross-over” tecnico: saper calciare non ti aiuta a murare, saper lanciare non ti prepara al bagher.
Ecco perché imparare a giocare è più complesso, e insegnarlo richiede competenze molto più specifiche.
Inoltre, spesso, lungo il nostro percorso, non troviamo nessuno che ci dica chiaramente se stiamo insegnando nel modo giusto. Non c’è un manuale universale. Molti allenatori imparano per tentativi, e chi arriva dalla carriera di giocatore ha un bagaglio pratico, ma non sempre sa come trasmetterlo.
👨🏫 Dalla tradizione alla formazione moderna
Nella mia esperienza – cresciuto in Campania – negli anni ’70 e primi ’80 non c’erano tecnici strutturati, riconosciuti a livello nazionale, da cui imparare una metodologia definita. Ci affidavamo a “maestri di campo”, ex giocatori appassionati, che avevano appreso da altri giocatori, spesso senza formazione tecnica, ma con tanta dedizione.
Eppure, da questi pionieri, abbiamo ricevuto le basi. A me è capitato il privilegio di essere allenato, e poi affiancato, da un giocatore che sarebbe diventato tecnico di Serie A2. Ci ha trasmesso passione, senso del gioco, cultura del lavoro.
Ma questo non basta.
Dagli anni ’90 in poi, la Federazione ha iniziato a strutturare percorsi formativi, con corsi, workshop, materiali didattici, video e strumenti che oggi sono alla portata di tutti. Ed è lì che un allenatore serio deve investire: nella formazione continua.
📚 Ricordare gli errori. Studiare i metodi.
Un bravo tecnico non può basarsi solo sulla memoria delle vittorie. Deve ripensare agli errori, alle scelte sbagliate, alle occasioni mancate. Deve costruirsi una mappa mentale del proprio eserciziario, ma soprattutto una lista di priorità, che lo guidino non solo nell’insegnamento, ma nell’educazione sportiva dell’atleta.
Per fare questo, dobbiamo tornare a parlare di apprendimento, e affidarci al metodo scientifico.
🧠 Breve storia dell’apprendimento nel contesto sportivo
Nei primi anni del Novecento, si parlava di allenamento in termini esecutivi. Non si guardava al come, ma solo al cosa: “Fai questi esercizi, ripetili, e a forza di tentativi troverai la soluzione.” Il giocatore era un soggetto passivo, destinatario di prescrizioni.
Ma negli anni, grazie agli studi cognitivisti, le cose sono cambiate. Si è cominciato a riconoscere il ruolo attivo del giocatore, che percepisce, valuta, decide, agisce.
Studi importanti, come quelli di Smith, hanno sostenuto che: “Il modello del movimento è immagazzinato nel sistema nervoso centrale.” E che, attraverso la ripetizione, questo modello può essere consolidato.
Ma c’è stato anche chi ha ampliato questa visione. Il fisiologo russo Bernstein ha introdotto un’idea chiave: “È l’ambiente a costruire il movimento.”
Da qui nasce l’approccio dinamico o ecologico dell’apprendimento: • Non basta ripetere un gesto isolato • Bisogna contestualizzarlo • Allenarlo in un ambiente reale o simulato • Favorire situazioni di gioco che creino problemi da risolvere, come in un playground • E lasciare che l’atleta costruisca le proprie soluzioni, non solo esegua quelle del tecnico
🎯 Allenare non è solo spiegare
Allenare non è solo spiegare. È creare ambienti intelligenti dove l’atleta possa apprendere in modo attivo. È mettere in discussione i modelli tradizionali quando non funzionano. È integrare metodo, esperienza e scienza.
Ricordiamolo sempre: “L’atleta non si adatta al metodo. È il metodo che si adatta all’atleta.”
🔬 Tecnica, metodo e adattamento: come insegniamo davvero la pallavolo?
I due grandi modelli dell’apprendimento motorio che ancora oggi ci guidano sono: • il metodo prescrittivo, lineare, strutturato • e il modello dinamico di Bernstein, che potremmo semplificare con: “impariamo giocando”
Nel primo, l’approccio è tradizionale e progressivo: dal facile al difficile, dal semplice al complesso. È quello che viene definito cognitivo, basato sull’automatizzazione di schemi motori. L’allenatore prescrive l’esercizio, e il giocatore lo ripete, fino a “registrarlo” nel sistema nervoso centrale.
Lo studioso Smith, ad esempio, sostiene che il nostro cervello conservi questi modelli in modo economico, immagazzinando molte informazioni in poco spazio.
Ma questa teoria non spiega un elemento fondamentale: Perché ogni giocatore, anche eseguendo lo stesso gesto, lo fa in modo leggermente diverso?
E qui interviene Bernstein, con la sua rivoluzione: “Il movimento non è rigido, ma nasce dall’interazione tra individuo, ambiente e compito.”
Il gesto non è qualcosa da copiare in modo identico, ma qualcosa da costruire, ogni volta, in base al contesto e alle variabili in gioco.
🧠 La variabilità è un valore, non un difetto
Con il tempo, la scienza ci ha fornito nuove chiavi di lettura: dalla teoria dei sistemi dinamici, fino agli studi più recenti sui neuroni specchio (scoperta italiana), abbiamo capito che l’apprendimento motorio è un processo di auto-organizzazione.
Il movimento non è il fine, ma lo strumento per raggiungere un obiettivo.
Eppure, spesso ai giovani atleti chiediamo l’opposto: eseguire il movimento perfetto, identico per tutti, trascurando la loro età, la loro struttura fisica, la loro esperienza.
🏐 Perché la pallavolo richiede un approccio dinamico
La pallavolo, come tutti gli sport di situazione, si basa su un confronto diretto. Il contesto cambia continuamente, l’avversario propone problemi nuovi, e il giocatore deve adattarsi in tempo reale. Non può esserci una risposta unica, automatica.
Serve un modello strategico e tattico che permetta: • di individuare punti deboli dell’avversario • di scegliere le soluzioni che meglio padroneggio • e di modificare il piano in base a ciò che accade
Ecco perché l’approccio dinamico è fondamentale: non alleno un gesto, alleno una soluzione.
🤸 Altri sport, altri metod
Esistono però discipline – come tuffi, nuoto sincronizzato, ginnastica artistica o ritmica – dove l’ambiente è stabile, e l’obiettivo è eseguire il gesto perfetto. In questi casi, l’approccio prescrittivo (modello di Smith) è ancora valido e necessario.
Ci sono esercizi “obbligatori”, e la prestazione è valutata da una giuria secondo criteri di perfezione tecnica.
Ma in pallavolo non esiste una tecnica perfetta. Perché nessun contesto di gioco è mai perfettamente identico al precedente.
🔍 Cos’è davvero la tecnica?
Spesso si tende a confondere tecnica e stile personale. La tecnica è uno strumento per risolvere problemi tattici e strategici.
• Ricevere una battuta jump-float non è la stessa cosa che ricevere una jump-spin • Attaccare contro un muro scomposto non è come farlo contro un muro composto
La tecnica è ciò che mi permette di adattarmi. Non è un modello fisso, da replicare uguale per tutti.
Eppure, per anni – e ancora oggi – molte società impongono vincoli biomeccanici rigidi, come se l’ambiente fosse sempre stabile e tutti i giocatori uguali. Questo ha portato a un modello stilistico prescrittivo, in cui si trasmettono regole esecutive uguali per tutti, spesso fuori contesto: • esercizi a secco • gesti spezzettati • situazioni non realistiche
🔁 Dall’analitico al globale
Per fortuna, oggi il metodo analitico non è stato abbandonato, ma è stato ri-contestualizzato. Lo utilizziamo per isolare elementi, per correggere, per potenziare una parte specifica del gesto. Ma lo reinseriamo sempre nel quadro globale, dove il giocatore si muove, decide, legge, risponde.
Anche la biomeccanica e la videoanalisi ci aiutano, ma non devono diventare gabbie esecutive. Servono a fornire modelli di riferimento, non modelli da copiare.
✅ La tecnica come adattamento intelligente
La tecnica, oggi, va intesa come un insieme ampio di soluzioni motorie. Più esperienze offro all’atleta, più sarà in grado di: • adattarsi alle variabili del gioco • trovare la soluzione più efficace • costruire la propria esecuzione funzionale
Allenare non è produrre automi, ma giocatori intelligenti, capaci di scegliere, decidere e agire in contesti instabili.
E la pallavolo, come tutti gli sport ad alto contenuto tattico-strategico, richiede proprio questo.
🌀 Ripetere senza ripetere: quando la tecnica incontra la tattica
Per molti anni, e ancora oggi in alcune realtà, l’insegnamento della pallavolo è stato centrato sul colpo tecnico: eseguire il gesto, automatizzarlo, ripeterlo. Spesso, però, il colpo veniva estratto dal contesto tattico: “Questo è il gesto corretto.”
Ma per fare cosa? In quale situazione? Contro quale avversario? Con quale obiettivo?
Come ha sottolineato Bernstein, l’apprendimento motorio più efficace è quello che segue il principio del: “Ripetere senza ripetere.”
In palestra questo succede continuamente, anche senza che ce ne accorgiamo. Se un giocatore sbaglia un attacco su una free ball, l’allenatore tende a riproporre la situazione: • Lancia una nuova free ball verso lo stesso giocatore • Oppure fa rigiocare la palla all’avversario per ricreare un’azione simile
Ma la realtà è che quella situazione non sarà mai identica alla precedente: • L’appoggio sarà leggermente diverso • L’alzata varierà per posizione, tempo, traiettoria • Anche la percezione e l’approccio mentale dell’attaccante cambiano
Ecco perché non stiamo semplicemente allenando un gesto, ma un sistema decisionale, che coinvolge percezione, interpretazione, movimento. Alleniamo pensiero-azione. Alleniamo la tattica incorporata nella tecnica.
🎯 Tecnica e tattica non sono separabili
Un gesto tecnico – ad esempio una battuta – non è neutro: • Se il mio braccio rimane disteso, il colpo non supera la rete • Il feedback immediato del gioco impone una correzione • La tecnica, quindi, viene guidata dalla situazione e dal risultato
⚖️ Metodo cognitivo vs Metodo ecologico
• Il metodo cognitivo, o approccio lineare, scompone il gesto. Si allena prima il movimento isolato, poi lo si integra nella sequenza completa. Si parte dalla ripetizione esatta per creare un automatismo.
• Il metodo ecologico-dinamico, invece, non scompone ma semplifica. Si agisce sull’ambiente, sul compito, sul contesto, e si lascia che il giocatore trovi la propria soluzione. È l’approccio che segue la pallavolo moderna, dove ogni gesto ha un significato strategico.
🧠 Neuroscienze e apprendimento motorio
Oggi, le neuroscienze hanno arricchito e convalidato molte intuizioni di questi modelli. Grazie a strumenti come la TAC cerebrale e la fMRI, possiamo osservare come il cervello si prepara all’azione, reagisce a uno stimolo, anticipa un evento.
Un’abilità fondamentale studiata è l’intercettazione della palla, come nella ricezione: • Il giocatore deve stimare tempo e traiettoria • Deve anticipare il proprio movimento • E prepararsi prima ancora che la palla arrivi
Questo comporta un timing anticipatorio e un’attivazione combinata di percezione, decisione e coordinazione.
🔧 Due approcci a confronto
Con il metodo cognitivista (Smith):
- Si segmenta il gesto
- Si lavora a secco, senza palla, sugli spostamenti (fasi motorie isolate)
- Poi si aggiunge la palla, ma in situazioni controllate
- Si ricompone il gesto completo solo alla fine
Con il metodo dinamico (Bernstein e Balyi): • Si lavora sull’azione globale, in contesto • Si semplifica l’ambiente, non il corpo • Si favorisce la scoperta guidata, l’adattamento, la soluzione individuale • L’obiettivo è formare giocatori autonomi, capaci di affrontare situazioni nuove fin da giovani
🧩 Integrare i metodi, non contrapporli
L’approccio più evoluto oggi non è schierarsi con uno o con l’altro, ma sapere quando usare ciascun metodo. Le neuroscienze ci aiutano a capire quale fase dell’apprendimento stiamo affrontando: • All’inizio, può servire un lavoro più prescrittivo e strutturato, per far comprendere la base • Ma presto si deve passare al gioco adattivo, all’allenamento situazionale, alla costruzione dell’intelligenza di gioco
💡 Tecnica come mezzo, non fine
La tecnica non è fine a sé stessa. È uno strumento per risolvere problemi tattici e strategici. Non dobbiamo formare atleti perfetti in astratto, ma giocatori capaci di rispondere alle esigenze del gioco reale.
Ecco perché il vero obiettivo dell’allenamento non è ripetere un gesto identico per tutti, ma: • allenare la variabilità utile • sviluppare l’adattabilità • formare decision maker intelligenti
🧭 Cosa ci dicono oggi le neuroscienze?
L’approccio cognitivista segmenta il gesto. Prima si allenano gli arti inferiori, poi quelli superiori, infine si unisce tutto, in una costruzione progressiva e controllata. Questa didattica è giustificata dal fatto che evita di alterare il programma motorio già generalizzato nel sistema nervoso centrale.
L’approccio dinamico, invece, non fraziona, ma semplifica il contesto: • rallenta l’azione • alza la traiettoria • rende più prevedibile la percezione • guida l’attenzione (“ora la palla arriva a destra” – “ora a sinistra”)
Questo accoppiamento tra percezione, pensiero e azione è ciò che il metodo dinamico allena. Non un’esecuzione perfetta, ma una risposta efficace nel contesto.
Negli ultimi anni, le neuroscienze hanno fatto un passo decisivo anche nello sport. Studi approfonditi su come avviene la conduzione nervosa, hanno permesso di identificare le vie neurali coinvolte nel riconoscere la palla, la sua posizione nello spazio, la sua traiettoria, e soprattutto la capacità di anticipare il movimento corretto.
È stato dimostrato che esiste una struttura cerebrale unica deputata a: • percepire l’oggetto (la palla) • stimarne il movimento e la direzione • organizzare la risposta motoria nello spazio e nel tempo
E da questi studi è emersa una verità semplice ma rivoluzionaria:
💡 È più efficace apprendere attraverso la semplificazione del contesto, piuttosto che attraverso la segmentazione tecnica priva di palla.
Allenare, quindi, non è soltanto “far ripetere un gesto”, ma progettare contesti in cui il cervello dell’atleta impari ad anticipare, a decidere, a interpretare.
🏐 Imparare a giocare, giocando
Questo che per molti può sembrare solo un passatempo, lo sport, in realtà è un sistema strutturato, fatto di scelte, di azioni, di processi cognitivi misurabili. E anche se la pallavolo può sembrare un semplice colpo ben eseguito, dietro quel gesto ci sono milioni di informazioni elaborate in frazioni di secondo.
🗝️ Il principio di specificità
Una regola tanto semplice quanto dimenticata: “Il massimo beneficio di uno stimolo di allenamento si ottiene solo quando i movimenti sono specifici per lo sport praticato.”
In parole povere? Per imparare a giocare a pallavolo… bisogna giocare a pallavolo.
Sembra banale. Non lo è affatto.
🌟 Riflessioni finali
Allenare, oggi, significa insegnare a pensare il gesto, non solo a ripeterlo. Significa preparare il cervello a riconoscere e anticipare, a costruire una risposta funzionale, individuale e contestuale. E questo è ciò che rende il nostro lavoro così complesso… e così straordinario.
Le domande che dobbiamo porci sono: • Come si struttura un percorso di apprendimento? • Quali sono le tappe? • Che differenza c’è tra mostrare un gesto e insegnarlo davvero? • Come si allena un gruppo eterogeneo? • Quali sono le competenze trasversali di cui un allenatore moderno ha bisogno? • Come si progetta un esercizio che alleni la decisione? • Quali sono gli errori più comuni nei task motori? • Come possiamo bilanciare l’apprendimento individuale con le esigenze del gioco collettivo?
Se una cosa è certa, è questa: per imparare a giocare a pallavolo, è fondamentale praticare la pallavolo.
Spero che questo approccio abbia dato spunti utili, e mi auguro che molti di voi vorranno condividere osservazioni, esperienze e riflessioni. Perché il confronto e i punti di vista differenti sono fondamentali per crescere come allenatori.
Spero che ci siano molti commenti e domande su questi temi. Buonasera a tutti!

- Voglio imparare come allenare la Pallavolo. Da dove inizio? Cosa faccio? – Parte I – Sistema Pallavolo
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