Come lo studio, la lettura del gioco e la capacità di interpretare la gara trasformano la preparazione in crescita reale per atleti e squadra.
C’è una frase che, nel mondo della pallavolo e più in generale nello sport, ricorre con una frequenza quasi disarmante: “…In questa categoria non serve saperlo…”. A volte viene detta per fretta, a volte per abitudine, a volte per difesa. Ma quasi sempre tradisce una visione limitata del ruolo dell’allenatore e, soprattutto, del valore della conoscenza nel processo di crescita degli atleti.
Ancora più paradossale è quando la stessa persona che minimizza l’importanza di certi contenuti pretende poi precisione, lettura, esecuzione e adattamento. Da una parte si dice che “non serve sapere troppo”; dall’altra si chiede all’atleta di interpretare, reagire, scegliere e risolvere. È un cortocircuito evidente. Perché se una giocatrice è capace di fare qualcosa su indicazione, allora è già dentro un processo cognitivo e tecnico che merita di essere ampliato, non ridotto.
Il problema, quindi, non è la categoria. Il problema è la mentalità di chi l’allena.
Il sapere non è un lusso, è una responsabilità
Uno degli errori più grandi nella formazione sportiva è considerare la conoscenza come qualcosa di accessorio, quasi elegante ma non necessario. Come se studiare, approfondire, analizzare e comprendere fossero attività riservate solo ai livelli alti, oppure a chi vuole complicarsi la vita. In realtà, è vero esattamente il contrario: più si lavora bene, più si deve sapere. Più si vuole incidere, più si deve osservare e chiedere. Più si vuole far crescere una squadra, più si deve comprendere il gioco in profondità.
Studiare non significa accumulare nozioni. Significa saper selezionare ciò che conta davvero. Significa distinguere l’essenziale dal marginale. Significa capire quali informazioni servono per migliorare la prestazione e quali, invece, sarebbero solo rumore. Un allenatore non è quello che sa tutto in modo enciclopedico, ma quello che sa leggere il gioco con metodo e tradurre quella lettura in indicazioni chiare, utili e coerenti.
Pensare che qualcosa “non serva” solo perché si lavora con una certa categoria è spesso una scorciatoia mentale. Ed è una scorciatoia che impoverisce il lavoro. Perché la pallavolo non premia la superficialità: premia la capacità di anticipare, adattare, decidere e far decidere.
Preparare la gara significa allenare il pensiero
La preparazione della gara è uno dei punti in cui questo paradosso emerge con più forza. C’è ancora chi pensa che studiare l’avversario sia utile solo in certe categorie, come se analizzare, riconoscere tendenze e costruire un piano partita fosse un lusso da riservare ai livelli più alti. Ma preparare una gara non significa solo avere dati. Significa trasformare i dati in scelte.
L’allenatore che prepara bene una partita non si limita a raccogliere informazioni. Le organizza, le filtra e le converte in priorità operative, in metodo. Capisce quali elementi possono cambiare davvero la partita, quali abitudini dell’avversario sono sfruttabili, quali situazioni si ripetono, quali rischi vanno evitati e quali opportunità vanno cercate. In altre parole, non accumula complessità: la governa.
Questo è ciò che separa un lavoro improvvisato da un lavoro professionale. Preparare la gara non è un esercizio secondario. È un momento centrale del mestiere dell’allenatore, perché consente alla squadra di arrivare al match non solo pronta a eseguire, ma pronta a leggere. E una squadra che legge meglio è una squadra che reagisce meglio.
La categoria cambia il linguaggio, non il valore della conoscenza
Dire che in una certa categoria “non serve saperlo” è spesso una confusione tra livello di gioco e livello della proposta. La categoria non elimina la necessità della conoscenza. Semmai impone all’allenatore di trasformarla, renderla accessibile, adattarla alla maturità del gruppo.
Una squadra giovane non ha bisogno di ricevere spiegazioni complesse o analisi eccessivamente sofisticate. Ma ha assolutamente bisogno di imparare a osservare, riconoscere, prevedere e scegliere. Ha bisogno di capire il perché delle cose, non solo il cosa. Ha bisogno di costruire un rapporto intelligente con il gioco, non una dipendenza cieca dall’istruzione esterna.
Il vero errore è pensare che semplificare significhi ridurre il pensiero. Semplificare, al contrario, vuol dire rendere comprensibile ciò che è complesso senza svuotarlo di senso. È una differenza enorme. Un allenatore che sa lavorare bene con una categoria giovane non abbassa il livello della cultura tecnica: abbassa il livello del linguaggio, non quello del contenuto.
E questa è una distinzione fondamentale. Perché una giocatrice o un giocatore non cresce quando riceve meno conoscenza. Cresce quando riceve conoscenza migliore.
Il dovere dell’allenatore è studiare tutto ciò che può servire
Qui sta il punto più importante: un allenatore serio deve studiare con metodo tutto ciò che può aiutarlo a interpretare meglio il gioco. Non deve pensare che qualcosa non serva solo perché allena una certa categoria. Questa è una forma di chiusura che limita la qualità del lavoro, rallenta la crescita degli atleti e delle atlete e impoverisce l’identità stessa della squadra.
Studiare con metodo significa osservare, confrontare, verificare, selezionare. Significa leggere l’avversario, ma anche leggere la propria squadra. Significa capire quali sono le caratteristiche individuali degli atleti e delle atlete, quali i punti di forza, quali le fragilità, quali i margini di miglioramento, quali le priorità vere. Significa sapere quando essere più sintetici e quando, invece, è il caso di approfondire.
Un allenatore che studia bene non complica la vita al gruppo. La chiarisce. Perché il sapere, quando è ben gestito, diventa criterio. Diventa bussola. Diventa una forma di ordine dentro il caos della partita. E una squadra che riceve ordine, lettura e direzione gioca meglio.
Questo non vale solo nelle categorie alte. Vale ovunque. Cambiano i mezzi, cambia il linguaggio, cambia la profondità dei contenuti, ma non cambia il dovere professionale di capire il gioco il più possibile.
Controllare meno, comprendere di più
Molti allenatori, quando minimizzano l’importanza di sapere troppo, in realtà stanno difendendo un’idea di controllo. Preferiscono un gruppo che esegue senza troppe domande a un gruppo che ragiona. Preferiscono una squadra che si affida ciecamente a loro piuttosto che una squadra che sviluppa autonomia. Ma questo è un limite, non una forza.
Il controllo vero non nasce dall’imposizione continua. Nasce dalla comprensione. Una squadra che capisce ciò che fa è una squadra più solida, più adattabile, più responsabile. Una squadra che legge il gioco può correggersi, aggiustarsi, reagire anche quando il piano iniziale non funziona. Ed è proprio lì che si vede il valore di una preparazione fatta bene.
L’allenatore che sa di più non ha bisogno di parlare sempre di più. Può essere più essenziale, più preciso, più incisivo. Perché conosce davvero la struttura delle situazioni. Sa cosa osservare, sa cosa trasmettere, sa cosa evitare. Non parla per riempire silenzi. Parla per orientare decisioni.
E questo è il vero salto di qualità: non avere atleti obbedienti, ma atleti consapevoli. Non avere squadre che aspettano solo il comando, ma squadre che sanno interpretare.
Ogni atleta ha caratteristiche diverse
Un altro motivo per cui è sbagliato pensare che alcune cose non servano in una certa categoria riguarda la natura individuale degli atleti. Non esistono gruppi davvero omogenei. Ogni giocatrice ha caratteristiche proprie: motorie, cognitive, emotive, percettive. C’è chi apprende subito, chi ha bisogno di più tempo, chi ha grande sensibilità nel leggere le situazioni, chi ha bisogno di punti di riferimento più chiari, chi è forte nella soluzione esecutiva e chi nella scelta.
Se l’allenatore non studia, non osserva e non si interroga, rischia di trattare tutte allo stesso modo. Ma questo non è allenare: è uniformare. E uniformare significa perdere l’occasione di sviluppare il meglio di ciascuna.
Conoscere le caratteristiche degli atleti è una parte essenziale del lavoro. Perché solo così si può decidere cosa proporre, quando proporlo e con quale livello di profondità. Non esiste una didattica efficace senza una lettura reale delle persone che si hanno davanti.
Ed è proprio qui che il “non serve saperlo” mostra il suo limite più grande: non solo svaluta la conoscenza, ma impedisce di conoscere davvero chi si allena.
Studiare la gara è educare il gioco
Preparare una gara, se fatto bene, non è solo una questione di strategia. È un atto educativo. Significa insegnare agli atleti che ogni avversario ha un sistema, che ogni sistema ha dei punti deboli, che ogni punto debole può essere letto e sfruttato. Significa far capire che la pallavolo non è soltanto tecnica, ma relazione continua tra osservazione e azione.
Quando una squadra viene preparata bene, non arriva in campo con una lista di ordini. Arriva con una mentalità. Con delle chiavi. Con una visione. E questa è la differenza tra una squadra che subisce e una squadra che prova a governare il match.
Le ricerche e i materiali tecnici sul volley mostrano che il lavoro su lettura, decision-making, anticipazione e feedback può migliorare in modo concreto la qualità delle decisioni in campo. Questo conferma una verità semplice ma spesso dimenticata: la conoscenza non è un ostacolo alla prestazione. È uno dei suoi motori.
La conoscenza è una forma di rispetto
Alla fine, la questione è anche culturale ed etica. Scegliere di non approfondire, di non studiare, di non chiedersi cosa serve davvero, significa spesso trattare gli atleti e le atlete come soggetti da gestire e non come persone da formare. Significa accontentarsi della superficie. Significa abbassare il livello del pensiero per non affrontare la fatica della complessità.
Al contrario, studiare con metodo, preparare con cura, scegliere con intelligenza e insegnare a leggere il gioco è una forma di rispetto seppur contemplando l’errore. Vuol dire dire agli atleti: “Vi considero capaci di capire”. Vuol dire costruire una cultura sportiva più adulta, più intelligente, più ambiziosa. Vuol dire smettere di pensare che il sapere sia un peso e iniziare a considerarlo per quello che è davvero: uno strumento di crescita.
Un allenatore non teme la conoscenza. La cerca. La organizza. La traduce. La usa per far diventare il gioco più chiaro e gli atleti più consapevoli. Perché alla fine il punto non è sapere tutto per sentirsi importanti. Il punto è sapere il più possibile per far crescere meglio.
E nello sport, come nella vita, questa è sempre la differenza più grande.
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