Il coraggio delle cose imperfette.

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Sulla qualità, l’errore e la pazienza del lavoro che trasforma.

C’è un momento, in ogni percorso di allenamento, in cui l’entusiasmo non basta più. È il momento in cui smetti di innamorarti del progetto tecnico e cominci a fare i conti con quello che la squadra sa davvero fare, in quel momento, con quei limiti, in quella palestra. Finché il lavoro vive solo nella testa dell’allenatore, tutto sembra possibile: il sistema regge, i movimenti scorrono, l’intuizione tattica ha una sua luce. Poi arriva il campo. E il campo, quasi sempre, ridimensiona.

Credo che una parte della fatica nasca proprio qui: dalla distanza tra quello che immaginiamo per le nostre e i nostri atleti e quello che essi sono davvero in grado di esprimere in quel momento. Non è solo una questione di risultato. È qualcosa di più intimo e più scomodo. Perché quando un sistema non funziona, quando una rotazione cede, quando quello che volevamo costruire resta opaco nel gioco reale, il rischio è che il giudizio si sposti dal lavoro a noi stessi. Non pensiamo più: questo non è ancora riuscito. Pensiamo: forse non sono capace.

È un equivoco molto umano, ma anche molto pericoloso. Perché ci porta a trattare il nostro mestiere con una durezza che raramente applichiamo ad altri ambiti della vita. Se insegniamo a un’atleta a ricevere, sappiamo che sbaglierà prima di riuscire. Se costruiamo un sistema d’attacco, mettiamo in conto tempi sbagliati, letture imprecise, ripetizioni infinite. Nessuno pretende eleganza da un gesto appena nato. Nessuno confonde una fase di apprendimento con un verdetto definitivo. Eppure, quando valutiamo il nostro lavoro di allenatori, spesso ci aspettiamo di essere già all’altezza — come se il processo che concediamo alle nostre o ai nostri atleti non valesse anche per noi.

Per molto tempo, senza accorgermene, ho ragionato anch’io così. Come se allenare fosse l’unico territorio in cui non fosse lecito imparare strada facendo. Come se fosse consentito stare in panchina solo a condizione di avere già tutte le risposte. E invece non funziona così. Non funziona sulla pagina, non funziona nella vita, non funziona neppure in palestra, dove ogni crescita vera passa attraverso una lunga familiarità con ciò che ancora non riesce.

Quest’anno sportivo, da questo punto di vista, mi ha rimesso davanti a una verità semplice. La salvezza raggiunta nel campionato di B2 non è nata da un percorso perfetto. Non è arrivata perché tutto a un certo punto è andato al posto giusto. È arrivata dentro una stagione fatta di aggiustamenti, correzioni, passaggi imperfetti, settimane in cui il lavoro sembrava non produrre abbastanza, e altre in cui produceva più in profondità di quanto si vedesse. Ho visto ragazze che a ottobre faticavano su gesti tecnici elementari — una ricezione in linea, un tempo d’attacco, la lettura di una palla difficile in seconda — e che a fine stagione gestivano quegli stessi gesti con una naturalezza che nessuno avrebbe predetto. Alcune crescite non fanno rumore. Ma intanto lavorano. Si depositano nei dettagli, nella tenuta, nella qualità di certe risposte, nella maturazione tecnica che all’inizio sembra invisibile e poi, un giorno, smette di esserlo.

Come allenatori, abbiamo la responsabilità di saper leggere questo processo. Di non confondere la lentezza con l’assenza di progresso. Di non scambiare una fase difficile con la prova che il lavoro non funziona. Spesso la tentazione è quella di cambiare tutto proprio nel momento in cui qualcosa sta per maturare. È uno degli errori più comuni e più costosi: interrompere un percorso di crescita perché i risultati tardano ad essere visibili, quando invece sarebbe sufficiente — e necessario — restare.

Forse è proprio questo che tendiamo a dimenticare quando costruiamo una stagione. Vorremmo che certi automatismi trovassero subito la loro forma giusta. Vorremmo riconoscere immediatamente un gruppo coeso, un sistema solido, una lettura tattica condivisa. Invece spesso bisogna passare attraverso settimane irregolari, match in cui il gruppo regge a fatica, fasi in cui l’identità di squadra sembra ancora acerba. E allora bisogna capire che il problema non è l’imperfezione. Il problema è il significato che le attribuiamo.

Per troppo tempo abbiamo caricato la parola “mediocrità” di un peso quasi morale. La viviamo come un’umiliazione, quando molte volte è solo una condizione iniziale del lavoro serio. Non tutto ciò che proviamo è destinato a restare. Non tutto ciò che costruiamo in allenamento merita di essere portato in gara. Ma quasi tutto ciò che facciamo con onestà, disciplina e ostinazione ha un valore nel processo che trasforma un gruppo in squadra. Un’azione che non funziona può non essere una buona azione, ma può essere un’azione necessaria. Può mostrarti dove manca la sincronia, toglierti un’illusione su un sistema che sembrava solido, costringerti a essere più preciso nelle consegne, più chiaro nelle priorità. In questo senso, anche ciò che nasce incompiuto ha una sua dignità.

Forse il vero punto è che continuiamo a confondere la perfezione con la qualità. Ma non sono la stessa cosa. La perfezione è un’astrazione, spesso sterile. È un’idea chiusa, senza attrito, senza margine, senza ferite. L’eccellenza, invece, è viva. Ha a che fare con il rigore, con la pazienza, con la fedeltà al lavoro. Non pretende di cancellare ogni limite: pretende di non usarlo come scusa. Non ti chiede di essere impeccabile. Ti chiede di restare. Di correggere. Di affinare. Di tornare sopra le cose finché diventano più vere, più essenziali, più tue.

Anche per questo, oggi, mi interessa meno apparire all’altezza e di più diventarlo nel tempo. Un allenatore che sa stare dentro la difficoltà senza perdere il filo del lavoro vale molto più di uno che funziona solo quando tutto va bene. La continuità vale più della brillantezza occasionale, la sostanza vale più dell’effetto, la crescita reale vale più del compiacimento. Penso che molte cose importanti si costruiscano così: senza l’epica del colpo di genio, ma dentro una pratica quotidiana fatta di revisioni, inciampi, aggiustamenti, ritorni. È un metodo meno seducente, forse, ma infinitamente più reale. E quando, a fine stagione, guardi una squadra che ha attraversato difficoltà vere e ne è uscita più compatta, più consapevole, più capace, quella solidità ha un nome preciso. Si chiama lavoro accumulato. Si chiama imperfezione attraversata con serietà.

Allenare somiglia, in fondo, a tutte le altre forme di crescita profonda. Non perché richieda solo disciplina, ma perché richiede una certa relazione con il limite — proprio e altrui. Devi imparare a guardarlo senza vergogna, a nominarlo senza drammatizzarlo, a lavorarci dentro senza fare di ogni imperfezione una condanna. Per te e per le tue o i tuoi atleti. È una forma di pazienza attiva, non di rassegnazione. Non si tratta di accontentarsi. Si tratta di capire che la qualità non nasce fuori dall’errore, ma attraverso il modo in cui lo attraversiamo.

Forse è questo che sto imparando, stagione dopo stagione: non tutto ciò che all’inizio appare insufficiente è destinato a restarlo. Alcune cose chiedono tempo, altre chiedono rigore, quasi tutte chiedono umiltà. E l’umiltà, in questo caso, non è pensarsi meno di ciò che si è. È accettare di non essere arrivati, senza per questo smettere di camminare.

Non ci è chiesto di essere perfetti, ma fedeli al lavoro necessario per migliorare. Di restare, di correggere, di maturare. La perfezione non esiste, e forse è una fortuna. Se esistesse, non ci sarebbe spazio né per il lavoro né per la crescita. Esiste invece l’eccellenza: severa, viva, imperfetta, e proprio per questo profondamente umana.

ms

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